Mantenendo la solita tabella di marcia a dir poco invidiabile (sei lp in tredici anni, se si escludono i primi due della fase anglofona) la band di Manuel Agnelli arriva al cruciale appuntamento del primo disco sotto major.
“Era ora, finalmente ci si è accorti di loro.”
“Delusione. Si svenderanno anche loro. ”
“Sono già sdoganati, non cambierà nulla.”
“Peccato, la Mescal era un bel progetto, ma Manuel continuerà a essere Manuel”.
Qualche preoccupazione semmai poteva verosimilmente essere legata all’intermediario, per così dire, tra gli Afterhours e la major, la Casasonica di Casacci e dei Subsonica, etichetta la cui visibilità è decisamente proporzionale all’inutilità delle produzioni lanciate con un clamore anch’esso proporzionale. Fortunatamente il loro ingresso nella sedicente Factory torinese è relativo solo al management e all’organizzazione del tour, e il disco, un po’ come il precedente, si avvale di una co-produzione illustre, quella di John Parish (PJ Harvey, Eels, Sparklehorse). …